Era il giorno che precedeva il Seldanqith, il periodo durante il quale le costellazioni dei Seldarine vengono oscurate dalle stelle settentrionali, e durante il quale era consuetudine che tutte le tribù di elfi silvani si riunissero all’ombra delle maestose fronde dell’Albero della Vita per celebrare quell’evento che si verificava ogni cinque anni durante il solstizio d’estate e che, secondo la tradizione, vedeva le stesse divinità elfiche scendere tra i loro figli per festeggiare.
I tempi delle fastose celebrazioni, dei banchetti, dei balli e dei canti, che duravano ininterrottamente per giorni erano però un ricordo lontano. Ora tutto era cambiato, una maledizione sembrava essersi abbattuta sulla foresta, e gli ultimi sopravvissuti del loro popolo dovevano combattere quotidianamente per la sopravvivenza.
Erano passati trent’anni ormai da quando avevano notato i primi cambiamenti: piccoli tratti di foresta che sembravano andare in disfacimento e nei cui anfratti più bui si nascondevano creature deformi, a volte orrendamente trasfigurate, ed estremamente aggressive. Poi il male prese ad estendersi, lentamente ma inesorabilmente. Centimetro dopo centimetro infettò zone sempre più ampie, espandendosi verso il centro della foresta: verso quell’immenso e rigoglioso albero che ne era il cuore vivo e pulsante, come attratto dalla sua inesauribile forza vitale. Gli abomini iniziarono ad attaccare i villaggi in cerca di cibo e gli elfi, divenuti da cacciatori prede e costretti a respingere i loro continui assalti, non dormivano più sonni tranquilli. Caddero i primi villaggi e per sopravvivere le restanti tribù decisero di radunarsi attorno al Grande Albero per difendersi reciprocamente.
Ora gli ultimi appartenenti alle antiche tribù che un tempo dominavano la foresta vivevano barricati dietro fitte palizzate, uscendo unicamente per cacciare e senza mai attardarsi fuori oltre l’imbrunire. Quello che rimaneva di loro era solo l’ombra di ciò che erano un tempo, la gioiosa vitalità dei loro occhi si era man mano affievolita, fino a spengersi insieme alle loro speranze, ma la dura caparbietà dei loro spiriti gli impediva di fuggire da quella foresta ed abbandonare il Sacro Albero. Vivevano perciò in attesa di un destino ineluttabile ma pronti comunque a combattere fino al loro ultimo respiro.
Quando più nulla sembrava poter turbare il loro animo, ormai pronto al peggio, ricevettero invece il colpo più duro: scoprirono infatti che, ormai circondati da una foresta quasi completamente corrotta, l’influenza del male li aveva raggiunti anche oltre le loro barricate e nonostante la benefica aura emanata dall’Albero della Vita, impedendogli di procreare. Inutili furono i tentativi dei druidi di innalzare delle barriere contro questi influssi…il male era troppo potente e loro erano ormai destinati all’estinzione.
C’era però qualcuno tra di loro che ancora non si era arreso. Il giovane capotribù Beleg Doron e la sua sposa Glanariel erano infatti riusciti ad avere un figlio, donando nuova speranza al loro popolo. Cinque anni prima, proprio durante il Seldanqith, quando la morsa del male sembrava allentarsi, erano riusciti a concepire il loro amato Estelion (in elfico: figlio della speranza), e quella sera molte altre coppie avrebbero tentato di ripetere il miracolo, confidando nella protezione divina. Sembrava infatti che durante la prima notte del Seldanqith l’aura benefica dell’Albero riacquistasse vigore inondando la foresta circostante e ricacciando indietro il male…anche se solo per poche ore.
Erano quindi tutti in trepida attesa della mezzanotte, desiderosi di tornare a celebrare quella festività che nei loro cuori aveva ora acquistato un nuovo significato…ma qualcosa sembrava non andare per il verso giusto. Le sentinelle sin dal tramontare del sole avevano riportato strani movimenti tra le ombre della boscaglia ai margini della radura che circondava la loro città, era stato perciò incrementato il numero di arcieri lungo tutto il perimetro delle fortificazioni, pronti a qualsiasi evenienza, ma le ore trascorrevano e nulla sembrava accadere…una pace innaturale li circondava instillando nei loro animi un’indefinibile senso di irrequietezza.
A poco più di due ore dalla mezzanotte accadde però qualcosa che andava ben oltre l’immaginazione di chiunque. Orde di abomini si riversarono nella radura diretti verso le fortificazioni in una carica inarrestabile. Inutile la pioggia di frecce scoccate dagli arcieri: ogni rango di creature colpite dalle frecce veniva immediatamente sostituito da un altro rango senza minimamente arrestare la carica, mentre i corpi dei caduti venivano travolti senza alcuna esitazione. Le creature avanzavano in modo scomposto, incuranti delle ferite, come una mandria istupidita e spronata alla carica da un’entità che rimaneva celata tra le ombre ai margini della radura. Raggiunte le fortificazioni le prime file di assalitori vennero schiacciate contro le palizzate da quelli che sopraggiungevano e le creature cominciarono ad ammassarsi le une sopra le altre calpestandosi a morte ma, allo stesso tempo, esercitando una pressione sempre crescente sulle barriere fino a che in alcuni punti le fortificazioni cedettero e gli assalitori cominciarono a sciamare all’interno della città.
Nel frattempo donne e anziani erano stati radunati alla base del Grande Albero. Tra di essi c’era anche Glanariel ed il piccolo Estelion che, ignaro di quanto stava accadendo, col naso all’insù osservava rapito la figura dell’immenso albero. Guidati dal Sommo Druido e scortati da un manipolo di guardie percorsero la grande rampa che correva tutt’intorno all’Albero fino a raggiungere il tempio situato a metà della sua altezza, dove due enormi rami facevano da sostegno ad una vasta piattaforma al cui centro sorgeva l’altare del Dio Rillifane Rallathil, signore della caccia.
Ormai le mura erano quasi completamente abbattute ed i combattimenti si facevano sempre più prossimi all’Albero. Gli echi della battaglia ora si udivano con maggior chiarezza e giungevano da ogni direzione: erano in trappola e ne erano consapevoli.
Ben presto gli ultimi difensori della città si trovarono a far cerchio attorno alla base dell’Albero, avevano combattuto con valore ma il numero soverchiante di nemici non dava loro alcuno scampo ed ora, spalla contro spalla, attingevano a tutte le loro energie per quell’ultima e strenua difesa di quanto era loro più caro: la famiglia ed il simbolo stesso della Vita.
Ad un certo punto però gli abomini smisero di combattere ed arretrarono di diversi passi rimanendo poi immobili come delle bestie ammaestrate in attesa di un ordine, i difensori a loro volta si ricompattarono e si fecero più vicini all’Albero serrando la difesa, incerti sul comportamento dei nemici ma pronti a qualsiasi evenienza. Delle ombre si allungarono sotto la massa di corpi informi acquistando man mano spessore e consistenza fino ad ergersi, imponenti e minacciose, di fronte ai difensori. Era chiaro che l’ultimo assalto sarebbe stato guidato dagli invisibili (almeno fino ad allora) generali di quell’esercito di automi. “Non crediate che abbasseremo le armi solo perché siamo in trappola, venderemo a caro prezzo le nostre vite!” fu Beleg Doron a rompere il silenzio. “Delle vostre inutili vite non ci importa nulla…” fu un’Ombra a parlare. “Vi faremmo volentieri linciare dalle nostre creature…” disse una seconda. “Ma non vogliamo rischiare che facciano del male al piccolo lassù…” disse una terza. “Altrimenti andrebbero persi anni di lavoro…” disse una quarta. “Tutto il tempo impiegato per indurre la nascita di un prescelto…” disse una quinta. “Il cui sangue fosse abbastanza potente da accogliere lo spirito del nostro Signore…” disse una sesta. “Ma oggi finalmente avrà luogo il rituale…” disse una settima. “E grazie alla linfa del vostro albero…” disse un’ottava. “Lo Spirito del grande Iarraug potrà destarsi dal suo sonno e prendere dimora nel suo corpo!” disse infine la nona ed ultima Ombra. Si accinsero quindi ad avanzare quando improvvisamente il Grande Albero iniziò a rifulgere. La mezzanotte non era ancora scoccata e questo inaspettato evento colse alla sprovvista le Ombre che, investite dalla luce, iniziarono a perdere consistenza e furono costrette ad indietreggiare. Nel frattempo sulla sommità dell’Albero un altro evento straordinario stava accadendo: un grosso ramo si era abbassato sino all’altezza del piccolo Estelion, che lo guardava affascinato. Tra le foglie del ramo iniziò a prendere forma un germoglio che in breve tempo sbocciò in un fiore, il fiore iniziò subito a gonfiarsi ed i petali caddero rivelando una ghianda argentea che man mano maturava. La ghianda cadde tra le mani del piccolo che le aveva istintivamente racolte a coppa sotto di essa ed immediatamente si sciolse come fosse stata di burro fino a scomparire completamente. Quando Estelion tornò a voltarsi ed incrociò lo sguardo della madre ella, per un attimo, vide degli occhi vecchi come la foresta da cui traspariva una profonda tristezza, poi in essi tornò brillare l’innocente spensieratezza dei bambini.
Dopo di che l’aura emanata dall’Albero iniziò ad affievolirsi mentre la corteccia si raggrinziva e le foglie cadevano copiose…l’Albero stava morendo! Le Ombre, intuendo che qualcosa non andava per il verso giusto, si lanciarono verso la rampa che conduceva in cima all’Albero ignorando l’ormai flebile forza che si opponeva al loro avanzare. Beleg Doron con i suoi soldati tentarono di fermarle brandendo le loro armi ma le Ombre li attraversarono come degli spettri, tramutando in pietra tutto ciò che toccavano.
Il Sommo Druido capì all’istante quale era l’obiettivo delle creature e cosa doveva fare prima che i nemici arrivassero: senza indugiare oltre accostò una foglia alla bocca premendola con due dita sulle labbra e soffiando emise un acutissimo fischio, dopo qualche istante dalla folta chioma dell’albero discese in picchiata verso di loro un gigantesco gufo dal piumaggio argentato. Il druido agì in fretta prendendo Estelion in braccio e alzandolo al di sopra della propria testa. Nello stesso istante il gufo, che terminava la sua picchiata dispiegando le ali, tese gli artigli e afferrò il piccolo, poi con pochi battiti d’ali riprese quota e si allontanò a gran velocità verso una meta sconosciuta.
Glanariel rimase a lungo a fissare quel punto ormai vuoto nel cielo, anche quando arrivarono le Ombre non distolse lo sguardo…e così rimase, immobile per l’eternità, le lacrime cristallizzate in piccoli diamanti sul volto di pietra.
Estelion pianse a lungo tentando di liberarsi dalla forte presa del gufo. Era solo, aveva freddo e voleva tornare tra le calde braccia di sua madre…perché l’avevano portato via da lei? Non capiva quanto stesse accadendo e la paura gli attanagliava il cuore quando, ad un tratto, un caldo tepore lo avvolse e le sue palpebre cominciarono a farsi pesanti, scivolò così in un profondo sonno privo di sogni.
Quando si svegliò era sdraiato su un pagliericcio in una capanna, accanto a lui un vecchio dall’età indefinibile lo osservava con aria assorta. Arromon, così si chiamava il vecchio, gli raccontò di averlo trovato addormentato tra i cespugli ai margini di una radura. Non essendo riuscito in alcun modo a svegliarlo lo aveva preso in braccio, portato nella sua capanna e aveva usato tutte le sue conoscenze druidiche per tentare di sciogliere l’incantesimo di cui senza dubbio era vittima…ma non vi era riuscito. Aveva deciso allora di accudirlo finchè l’effetto non fosse svanito da solo, alla peggio avrebbe chiesto aiuto a qualche mago di sua conoscenza, ma visto che il ragazzo non sembrava in imminente pericolo di vita, il suo sonno sembrava sereno e le funzioni vitali stabili, preferì aspettare. Erano passati tre giorni prima del suo risveglio ed ora il druido era curioso di conoscere la storia del suo ospite.
Ma il piccolo non ricordava più ne il suo nome ne da dove venisse e non seppe rispondere a nessuna delle domande del druido. ‘Siccome non ho mai visto degli occhi di un verde così brillante – disse Arromon – ti chiamerò Jade…almeno fino a quando non ricorderai il tuo vero nome’.
L’unico legame col passato rimasto al piccolo era un ciondolo che portava al collo recante uno stemma nobiliare. Arromon lo aveva riconosciuto subito come lo stemma di uno dei più antichi casati di Alma e così condusse Jade da quella che sarebbe stata, per i giorni a venire, la sua famiglia…i De Alma.
Nell'anno 511 corrispondente all'anno 500 di oldleu, un Imperator verrà a calpestare il suolo di LeU.
Egli sarà forte e potente, cancellerà i tempi antichi con un solo soffio e ridurrà in cenere la follia che imperverserà nell'Impero.
Ma gli essere stolti riprenderanno ben presto le loro corse sconclusionate alla strage. E l' Imperator tornerà nell'invisibilità per continuare a guidare un gruppo di Eroi.
Finche' tutto questo si compirà nessuno ne avrà notizia o memoria. Solo la terza e ultima maledizione che porterà lutto e sofferenza in ogni Famiglia e in ogni speduto angolo del mondo porrà fine al mistero. Ma sarà troppo tardi: una nuova stella si illuminerà nei cieli e coloro che ne seguiranno la luce potranno finalmente raggiungere una novella età di felicità, sorprese stupefacenti e mirabolanti avventure.
In questi giorni, Nemrac, sta muovendosi attenta e circospetta... cerca l'autore di un grande crimine: il furto e il Danneggiamento del tesoro della biblioteca di Alma.
I libri scomparsi sono stati danneggiati e si sta provvedendo al loro recupero e restauro. Ma l' autore del misfatto non dovrebbe restare impunito. Il patrimonio storico di molti autori è considerevole, non possiamo semplicemente far scomparire il nostro comune retaggio.
Una notte, non molto recente, Ander il filosofo in compagnia di Shou, Inanna e Nemrac, discorrevano di Aerk il padadino, the Savior of Humankind, che calcò le terre di LeU nel mondo antico. Nemrac, sua discendente, chiese ad Ander se dopo il suicidio di Carmen, Aerk ne fece mai parola... se avesse anche solo menzionato una volta la sua sposa. Benché riluttante, Ander non poté nascondere alla pronipotina parte del suo Sapere. Aerk, dopo la dipartita di Carmen, non ne fece mai più parola ad alcuno (così pare) ma sempre la portò nel cuore come dimostra almeno un documento. Nemrac e i presenti vollero conoscere il documento. Quello che segue è il testo originario del messaggio che Aerk, giunto alla fine dei suoi giorni su LeU, scrisse in bacheca di Alma:
'Messaggio 33 (Thu Nov 21): Aerk -- Fine...' [Ander] dice al gruppo '----------' [Ander] dice al gruppo 'Sono vecchio e stanco.' Inanna arriva dall'alto [Ander] dice al gruppo 'Ho 61 anni.' [Ander] dice al gruppo 'Fin da quando ho avuto la forza di reggere la spada in mano ho girato' [Ander] dice al gruppo 'per il mondo alla ricerca di una giusta battaglia da combattere o di' [Ander] dice al gruppo 'una donzella da aiutare.' [Ander] dice al gruppo 'Ricordo ancora i tempi in cui imparavo a conoscere il mondo con gli' [Ander] dice al gruppo 'amici Toster, Siddartha e Geirgo.' [Ander] dice al gruppo 'Ero giovane ed inesperto, pieno di zelo e tronfio del potere che il mio dio mi infondeva.' [Ander] dice al gruppo 'Successivamente il mondo era diventato troppo stretto ed ho viaggiato attraverso le dimensioni parallele.' [Ander] dice al gruppo 'Invecchiando ho conosciuto sconfitte e vittorie ma sono sempre stato disposto a rialzarmi' [Ander] dice al gruppo 'quando ero caduto o a scommettere di nuovo tutto cio' che avevo conquistato.' [Ander] dice al gruppo 'Ho avuto la fortuna di combattere il male con molti degli eroi di ' [Ander] dice al gruppo 'questo mondo: da Tigfro ad Alar, da Eldrun a Nembo, da Walker ad Enia. ' [Ander] dice al gruppo 'Molti sono stati gli amici che mi hanno sempre aiutato nella mia infinita' [Ander] dice al gruppo 'lotta. Ne ricordo solo alcuni, poiche' la vecchiaia inibisce la mia ' Nemrac piange [Ander] dice al gruppo 'memoria: Qwerty, Velle, Pindus, Auryl, Aleph, Cromag, Shatterstar, ' [Ander] dice al gruppo 'Angelus, KillrazorOto, Furis e molti altri di cui purtroppo, ora, non ricordo il nome.' [Ander] dice al gruppo 'Il mio amore imperituro va alla piccola Carmen, la mia sposa. Io e lei' [Ander] dice al gruppo 'saremo uniti anche dopo la morte.' Ander, tristemente, tira su con il naso. [Ander] dice al gruppo 'fa venire i brividi anche a voi?' Shou annuisce a Ander. [Ander] dice al gruppo 'finito.' Ander, tristemente, tira su con il naso. [qualcuno] 'il caffe' :(' Ander sospira forte. [qualcuno] 'Un pg per xp=' [qualcuno] '?' Ander ti guarda. [Ander] dice al gruppo 'tutto bene, nemrac?'
Il fato delinea una via da percorrere a prescindere dalla volontà di perseguirla…
Noi ci costruiamo dei sogni…cerchiamo di essere arbitri del nostro divenire, ma, capita che qualcuno al di sopra delle parti ci assegni un destino e ci riduca a effimeri burattini della sua volontà.
Era da un po’ di tempo che mi sentivo stanco, svuotato… La solitudine del guerriero non mi si addice… Un senso di inquietudine mi animava e nemmeno le nuove sfide riuscivano a placare il mio animo.
Mi ritrovavo a passeggiare per le strade di Alma come un fantasma, ignoravo le richieste di aiuto degli altri avventurieri, ero assente dalle vicende e dai racconti della taverna.
La casa dei de Alma era svuotata della presenza del maestro, e mi mancavano anche le follie dell’alchimista. Ero un cucciolo che cercava la madre, una cornice senza un quadro.
Imputavo questo mio essere ad un sentimento che mi dava gioie e dolori al tempo stesso. I miei occhi e la mia mente cercavano sempre la “rosa più bella del giardino di Asgaard”… Una mortale che, ai miei stolti occhi, sembrava pervasa di essenza divina… Ero così timoroso di lei e dei suoi guardiani che mai… mai dissi una parola inerente a questo sentimento.
Mi accontentavo di seguirla, e godevo felice della sua vicinanza…
Nonostante questo amore mai svelato… l’inquietudine cominciava a non abbandonarmi nemmeno in sua presenza… Quindi cosa mi stava accadendo?
Sempre più spesso mi recavo, inconsciamente, nel vecchio cimitero di Alma… Così spesso che le anime inquiete che lo popolano avevano imparato a temermi… Mi fermavo nella sala dei Vampiri, davanti a quel sigillo che impediva l’accesso ad un luogo che mi affascinava. Avevo imparato nella mia gioventù a non temere l’oscurità, Kolkaar il Mago mi aveva insegnato a non dividere nettamente bene e male, quindi quell’accesso protetto dagli dei mi incuriosiva e mi attirava.
Una sera mi ero fermato un po’ troppo a lungo nel cimitero… Nemrac mi attendeva… Uscii in superficie passando dalla cripta quando due figure nere mi bloccarono… Portai la mano all’ascia... Puntai meglio il mio cristallo luminoso e riconobbi le due vampire Eos e Pirophase.
Le ferite inflitte da loro e dagli altri fratelli mi dolevano ancora… durante il loro assalto alla fortezza dei Cavalieri del Tuono avevano banchettato con il mio sangue e la mia carne lasciandomi esanime vicino alla tomba del Primo Cavaliere.
Non potevo certo asserire di amarle ma non mi sentivo ostile nei loro confronti… nemmeno loro lo erano nei miei. Fu uno scontro verbale… avevano assaggiato il mio sangue… avevano visto la furia del Leone… lo avevano domato e ora lo volevano tutto per loro…
Cercarono di sedurmi inutilmente… finchè Eos prese uno specchio e me lo piazzò davanti dicendo:
[Eos]: Rrr.. Cosa vedi riflesso nello specchio Leone…
[Kolkaar]: Vedo un semplice guerriero, sereno e fiducioso della sua lama…
Pirophase ti guarda disgustata.
[Eos]: No… Io vedo una belva che attende di destarsi da un lungo sonno…Rrr
Kolkaar aggrotta le sopraciglia incupito.
[Eos]: Cosa desideri Leone? Rrr… Dove sono i tuoi desideri?
La parola desiderio spalancò una porta sul mio passato… Il Mago mi disse di desiderare… ma io non avevo desideri…...non avevo ambizioni… ero proprio un semplice ed inutile servitore…
Un desiderio forse l’avevo… pensai dopo… il desiderio di avere qualcosa di impossibile… desideravo un cuore, desideravo un’anima e quel ricordo mi fece aggrappare a quel desiderio con tutto me stesso.
La frustrazione di scoprirmi senza desideri fu enorme… Io ero un guscio vuoto, l’armatura di un guerriero e non la sua vitalità combattiva…
Ancora una volta mi ritrovai a meditare davanti al portale… la testa mi girava e sentivo le membra pesanti… non riuscivo a stare in piedi… non riuscivo a stare sveglio….
La pianura verdeggiante mi salutò con il profumo delle acacie… l’aria era tersa… il cielo di un azzurro carico ed il sole tiepido giocava tra le fronde degli alberi.
Dove sono… pensai?...
Pesanti passi… la terra tremava…. d’un tratto il sole si oscurò… un nugolo di presenze luminose sfrecciava verso di me… mi avvolsero e percepii molte presenze amiche… Si rifugiarono alle mie spalle, stavano fuggendo… Un orda di creature all’orizzonte… La nube di devastazione copriva l’orizzonte… rapida si avvicinava… ero pietrificato dal terrore…
A grandi passi il primo a giungere a me fu il temibile Tarrasque…
Il Tarrasque devastates you with its claw on your left hand.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your right foot.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your chest.
Il Tarrasque destroys you with its bite on your left hand.
Il Tarrasque destroys you with its bite on your chest.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your neck.
You cleave Il Tarrasque extremely well in its head.
You cleave Il Tarrasque extremely well in its left hand.
You cleave Il Tarrasque extremely well in its right foot.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your left hand.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your right foot.
Il Tarrasque devastates you with its claw on your chest.
Vorresti che le tue ferite smettessero di sanguinare cosi` tanto!
Il Tarrasque destroys you with its bite on your left hand.
Vorresti che le tue ferite smettessero di sanguinare cosi` tanto!
Il Tarrasque destroys you with its bite on your chest.
Vorresti che le tue ferite smettessero di sanguinare cosi` tanto!
Il Tarrasque devastates you with its claw on your neck.
Zodak ti spinge da una parte, sei confuso!
Zodak destroys Il Tarrasque with his slash in his chest.
Zodak NUKES! Il Tarrasque with his slash in his left foot.
Zodak NUKES! Il Tarrasque with his slash in his right hand
Zodak destroys Il Tarrasque with his slash in his neck
Zodak NUKES! Il Tarrasque with his slash in his head.
Il Tarrasque barely claws Zodak in his left hand.
Il Tarrasque bruises Zodak with its claw in his right foot.
Il Tarrasque bruises Zodak with its claw in his chest.
Il Tarrasque barely hit Zodak in his left hand.
Il Tarrasque misses Zodak
Il Tarrasque misses Zodak
Zodak pronuncia le parole ‘iueasdjqsd dqiwu’
Il serpente attorno al corpo di Zodak si anima.
Il Serpente Ouroboros morde Il Tarrasque.
il Tarrasque e` morto! R.I.P.
L'urlo di morte di il Tarrasque ti gela il sangue nelle vene.
Zodak alza gli occhi al cielo.
Zodak pronuncia le parole ‘qplo qxspz wermi roisd’
Zodak sta desiderando.
Il cielo si oscura… una spirale discendente di materia nera risucchia l’orda di creature che avanzano…
Non sono più ferito… la vallata è tornata pacifica…
Zodak il Guardiano del Serpente Ouroboros è qui in piedi.
Zodak ti sorride.
E’ lui il guardiano dei racconti del mago… è lui che aveva convinto Kolkaar il Mago ad inviarmi nelle terre della Luce e dell’Ombra.
La nuvola di luci che si era nascosta dietro di me ora circondava il Guardiano…
Mi fece cenno di seguirlo… Mi condusse all’Oracolo del serpente.
“Kolkaar… è un piacere conoscere il burattino del mio peggior nemico…”
Lo guardai stranito… io burattino? Nemico?
“Kolkaar sono dovuto ricorrere al potere del Serpente per poterti parlare… ma non potevo stare a guardare un’anima cadere nella dannazione per colpa della cieca ambizione di un mago corrotto…”
Mago corrotto?
“Ma…” balbettai…” non eravate amici? Anima e dannazione? Che significa?”
Zodak annuì e continuò:
“Kolkaar il Mago è un emissario delle forze oscure… ha venduto se stesso per conquistare la sua valle… e ora sta usando tutto il suo potere per conquistare l’Oracolo. Io sono l’unica difesa per questo luogo, ma io non posso essere sconfitto in battaglia, ecco perché il mago sta cercando vie alternative per farmi soccombere…”
E io che c’entro?
“Leone, tu sei il suo tramite verso il mio passato… Lui non può lasciare la valle…è legato ad essa tramite le forze oscure… Quindi ha trovato un giovane guerriero, tu, lo ha addestrato e lo ha inviato nelle terre della Luce e dell’Ombra, Non prima di aver piantato in lui il seme dell’Ombra.”
Il seme dell’Ombra?
“E’ un rito antico… L’ombra cresce e ti divora l’anima… diventerai un adepto delle forze oscure.”
Perchè?!?
“Non ho il tempo per raccontarti tutta la mia storia… sappi solo che io ho avuto un grande amore, Dalila la Paladina, lei mi ha dato una figlia prima di morire. Arwen. Mia figlia seguì la via della mente e della guerra. Fino a perdersi nell’ombra per amore di Straiter Principe Tzimisce capo dei Vampiri di quelle terre.”
Sì sono nomi che circolano ancora per Alma…ma Arwen è scomparsa da tempo…
“ Lo scopo del mago è istillarti l’ombra… farti avvicinare agli oscuri e condurli contro di me… se mia figlia mi affrontasse non potrei che soccombere… e l’ infinita conoscenza dell’oracolo cadrebbe nelle mani del mago.”
“So anche che mia figlia è scomparsa… ma se ritornasse io devo impedire che tu fomenti i vampiri in una lotta che non è loro…non te lo posso impedire con la forza… posso solo aiutarti a scegliere.”
“Ti confesso che ero molto preoccupato… difficilmente il mago sbaglia una strategia… però non ha tenuto conto degli affetti che ti sei creato…”
E la nuvola di luci cominciò a roteare vorticosamente…
“Perderai te stesso Kolkaar… io però posso farti un dono… posso indicarti la via per contrastare l’ombra. Devi scegliere una di queste luci… esse riflettono i tuoi affetti verso gli amici, la famiglia, l’amore. Scegli la luce, focalizza l’anima che alimenta questa luce e portala con te nell’oscurità…”
Mi avvicinai alla nuvola luminosa… era come se mille frammenti di stelle mi ruotassero davanti agli occhi. Ogni volta che fissavo un frammento sentivo crescere il sentimento a lui associato… chi sei tu? Ma quale scegliere? Ne intravidi uno più luminoso degli altri… forse a me sembrava così… non era però composto solo da luce… anche un velo di tenebra lo marchiava. Quando fissai il frammento un emozione immensa mi travolse… per un attimo ho creduto che il cuore mi si spaccasse. Chi sei? Luce marchiata d’ombra…
Ho scelto!
Zodak mi annuì
“ Posso lasciarti al tuo destino ora… trova l’anima di luce marchiata d’ombra… porta con te quell’affetto e non ti perderai del tutto!”
Guardai Zodak per un' ultima volta… i suoi occhi brillarono come smeraldi…
il serpente attorno al suo corpo si animò… spalancò le fauci e risucchiò il sogno attorno a me…
Il freddo pavimento della cripta mi accolse indolenzito… Non avevo mai visto una stregoneria del genere…
Chi sarà la luce marchiata d’ombra? Devo capirlo presto perché l’ombra continua a crescere… e mi fa bramare i denti di Eos sul mio collo…
…
Succede anche ai saggi di non vedere l’ovvio… quindi non mi faccio una colpa della mia cecità… ora ho la mia luce…
Ho chiesto di vedere Arcadia per un ultima volta… più che altro per potermi specchiare nei suoi occhi un’ultima volta… ho scoperto il suo passato… il seme dell’oscuro alberga in lei e i suoi guardiani lo controllano…
Ho trovato la mia luce…
[Kolkaar] : Eos avrà il mio corpo ma il mio cuore è tuo!
Questa luce è simbolo d’amore… è il tramite per tutti gli affetti che sto per tradire… è il ricordo che porterò nella nuova famiglia…
Ardua è la via oscura ma ho sempre guardato avanti, la paura mi ha sempre sorretto e tenuto sulla corda. Ora che il Leone Nero si sta svegliando sento una ferocia non umana crescere in me… Sento di non temere più il dolore della carne né mi preoccupo dell’odio del nemico… Nelle tenebre ho una guida ora… Sarò diverso ma sempre uguale, sarò dolore, furia, ferocia, distruzione ma sarò ancora in grado di difendere coloro che amo.
Amici miei sono pronto… l’ombra mi brama… il Leone Nero ruggisce…
Nonostante la sua mole Enorme scorgi una grande serenita' nei suoi Occhi. Un bagliore strano illumina il suo sguardo... Senti il desiderio di diventare un suo amico... Darebbe la sua VITA per te. Kolkaar e` altissimo e di costituzione media. Kolkaar e` un gigante dei ghiacci Kolkaar e` in condizioni eccellenti. Gli occhi di Kolkaar scintillano d'argento.
Kolkaar sta usando: <su di un dito> un anello con un occhio di drago pietrificato...E` in condizioni eccellenti <su di un dito> un anello con un occhio di drago pietrificato...E` in condizioni eccellenti <intorno al collo> un paracollo coperto di zaffiri...Ha un alone luminoso...E` in condizioni eccellenti <intorno al collo> un paracollo coperto di zaffiri...Ha un alone luminoso...E` in condizioni eccellenti <sul corpo> l'armatura del Tarrasque...E` in condizioni eccellenti <in testa> un elmo di scaglie di drago...E` in condizioni eccellenti <sulle gambe> Dei gambali neri...Sono in condizioni eccellenti <ai piedi> gli stivali del vento...Sono in condizioni eccellenti <sulle mani> dei guanti d'argento...Sono in condizioni eccellenti <sulle braccia> i parabraccia di Orione...Sono in condizioni eccellenti <come scudo> uno scudo di scaglie di drago...E` in condizioni eccellenti <intorno al corpo> il Serpente Ouroboros...E` in condizioni eccellenti <intorno alla vita> la Cinghia del Coraggio...E` in condizioni eccellenti <al polso> un bracciale d'oro zecchino...E` in condizioni eccellenti <al polso> il bracciale del Pegaso...E` in condizioni eccellenti <impugnato> una Massiccia Trave <tenuto> il sigillo dell'Orsa Maggiore...E` in condizioni eccellenti <sulla schiena> l'antico scudo di un eroe...E` in condizioni eccellenti <all'orecchio destro> Un Fiocco di Neve...E` in condizioni eccellenti <all'orecchio sinistro> un orecchino di piombo...Ha un alone luminoso...Emette un forte ronzio...E` in condizioni eccellenti <davanti agli occhi> la maschera di Andromeda...E` in condizioni eccellenti
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La Valle del Tuono e’ un enorme landa totalmente chiusa da impenetrabili massicci montuosi, in un’antica mappa la sua forma mi ricordava quella di uno specchio ovale; tale e quale a quello che la nostra padrona usa per imbellettarsi il viso.
Mia madre, modesta cameriera, al servizio della famiglia Themocles di Melinhir mi ha dato alla luce 17 anni or sono nella sua angusta camera da letto nel sottotetto del palazzo dei Themocles.
La mia nascita non fu vista di buon occhio dal resto della servitù e dai padroni, fortunatamente mia madre ebbe l’idea di darmi il nome del Signore di tutta la Valle in modo da onorarlo ed egli, impressionato da tale avvenimento, decise del mio destino di infante posando su me la sua benedizione.
Devo puntualizzare che ogni creatura vivente della valle: dal pulcino al drago, nutre per quell’uomo un terrore cieco. Questo nonostante Kolkaar (di Diapolis figlio di Rhent ) il mago governi le sue terre con il guanto di velluto.
Passai così la mia infanzia sotto il peso del mio nome, dato che perfino i padroni di mia madre, si tenevano alla larga da me per paura di una qualsiasi ritorsione da parte delle autorità cittadine.
Attorno al mio 10° anno di vita cominciarono a rendersi palesi le abilità ereditate dal mio misterioso padre ( figura spettrale nella mia allor giovane mente ): il mio corpo cresceva con un vigore e una forza assolutamente fuori dal comune. Ero in grado, durante il taglio della legna per le provviste invernali, di maneggiare l’ascia con la facilità con cui un uomo adulto maneggia un fuscello; inoltre sopportavo la fatica e lo sforzo in maniera quasi innaturale. Queste mie caratteristiche fisiche attirarono attorno a me un turbine di pettegolezzi, fino a far girare la voce che la mia possanza fisica fosse un dono del nostro Sire Kolkaar.
Fu così che il Mago, estremamente divertito da questa situazione giunta alle sue orecchie, decise di prendermi a servizio a Palazzo del Quadrunvirato.
Non dimenticherò mai il nostro primo incontro…
Mi accolse in maniera molto informale nella sua biblioteca; non diede l’impressione di accorgersi di me quando entrai, così da permettermi di osservarlo attentamente per qualche istante.
Se ne stava in piedi ad osservare uno scaffale stracolmo di libri, aspirando lunghe boccate di fumo da una pipa dalla foggia curiosa. Era molto gracile seppure più alto della media degli uomini; portava i capelli legati in un'unica treccia lunga fino alla cintura. Al tempo non avevo mai visto un albino quindi mi sorpresi del colore dei capelli.
Una casacca scura fermata in vita da una cintura di cuoio e un paio di pantaloni e stivali neri erano il suo abbigliamento; troppo spartano, a mio avviso per un sovrano.
Volse il suo sguardo verso di me e con un sorriso mi fece cenno di entrare… Poi in modo cordiale ed entusiasta si mise a spiegarmi della logica con cui si ordinano i libri in una biblioteca e di altre cose di cui non colsi molto. Ero abbastanza spaesato, non so per quale ragione, ma mi immaginavo un incontro diverso con l’essere più temuto della valle… Le leggende dovevano per forza mentire: era impensabile che quell’uomo così normale avesse da solo ucciso in pochi minuti Tchorr il Drago Rosso del deserto uscendo delle sue fiamme illeso e fosse riuscito a ricacciare l’avatar di Gizar nell’abisso di Arath-Ugai, la città
La mia mente di bambino non colse l’aura magica che emanava ed ebbi in seguito la dimostrazione del suo potere durante il mio periodo di addestramento.
Per non tediare il lettore non mi dilungherò sul periodo che passai a Palazzo con il mio signore… Basti sapere che egli diede istruzioni di addestrarmi per far crescere i miei talenti di guerriero proprio dai suoi ex compagni d’arme…
Infatti la leggenda di Kolkaar di Diapolis vede coinvolti altri personaggi che, assieme a lui, sono riusciti a unire le divinità e a cacciare il dio Gizar dalla Valle. Si narra che Kolkaar abbia tradito la causa per cui combatteva e per portare l’ordine supremo nella Valle abbia preso il controllo assoluto della stessa.
I suoi compagni di allora comunque, a quanto pare, si erano arresi ai fatti e si erano messi al suo servizio. Lubosh il quadrunviro cominciò il mio addestramento nelle arti del guerriero e la leggendaria Diamanda la Vishtani Zvig mi illustrò le arti del nascondersi, del truffare e del colpire alle spalle… Non me ne voglia la bellissima Diamanda ( per la quale da anni ho un cotta ) i suoi insegnamenti non li metterò mai in pratica. Sono nato guerriero e morirò combattendo.
Infine fu Kolkaar in persona ad allenarmi per prepararmi a lottare contro i maghi riuscendo a farmi conoscere il terrore cieco di lottare senza avere alcuna speranza di uscirne vivo!
Compresi quindi che le leggende erano vere e che era più vicino al divino che al mortale: i miei colpi di spada non gli sortivano alcun effetto e se provavo a buttarlo in terra ero io che incespicavo.
La vita al Palazzo di Melinhir fu felice e spensierata per 6 lunghi anni. Arrivò il giorno in cui il mago decise di impartirmi la sua ultima lezione.
“Un guerriero – mi disse – non deve mai chiedersi se la sua spada sarà abbastanza tagliente o la sua corazza sarà abbastanza robusta per poter affrontare un nemico; tu non sei quello che indossi, sopravvivere ad uno scontro o perire non ha importanza… La volontà che governa il tuo corpo e le tue azioni e ciò che ti avvicina al Cielo. Desidera…- continuò – desidera con ogni frammento del tuo essere… Cavalca i tuoi desideri e aggrappatici con le unghie e con i denti! Potrebbe essere concesso anche a te che vengano realizzati…. “
“Anche io sono stato un piccolo sciocco, – affermò sorridendo - anche io ho rincorso il sogno di mio Padre Rhent… Fino a quando la più torva disperazione mi diede quel pizzico di forza di aggrapparmi ad un mio desiderio… Un piccolo desiderio… Si avverò! Ora giunto nell’atarassia della conoscenza qualsiasi cosa io desideri avviene… Non essere scettico… Se ora volessi che il deserto fiorisse… In pochi minuti crescerebbe un prato da qui a Diapolis”
Per certi versi queste sue parole mi cambiarono la vita…
“Vedi piccolo combattente, tu credi ora di essere qui grazie al fatto che tua madre ti ha chiamato come me… Ormai sono sei anni che ti nutri dal mio seno, che gironzoli come un cimice tra queste mura… Il tempo è ormai maturo perché tu senta il richiamo del sangue e ti crei dei tuoi desideri…”
“Non ti ho preso con me per il tuo nome, e nemmeno per vocazione patriarcale o filantropica… Semplicemente compio il volere di un amico…”
“Che amico?” aggiunsi io.
“L’ultima volta che ho attraversato le nebbie, qualcosa non è andata nel verso giusto… Diamanda fiutava l’aria come una cagna cercando di orientarsi… Come posso dire… la destinazione non era quella voluta. Questo ci aveva inquietato non poco dato che la Vishtani si muove in quei posti come una massaia nella sua cucina… Man mano che ci inoltravamo la nebbia si infittiva fino al punto in cui fummo costretti a prenderci per mano dato che non riuscivamo a vedere ad una spanna dal naso.
Passo dopo passo la nebbia sembrava solidificarsi, respirare stava diventando sempre più faticoso…
Desiderai con tutto me stesso che la nebbia cominciasse a diradarsi, ma non accadeva nulla… Sembrava che il mio legame con le forze arcane fosse interrotto…
Cominciavamo a preoccuparci.
Non so dirti per quanto tempo camminammo, visto che in quel contesto il tempo sembrava relativo e succube dell’ambiente. Quando le forze cominciavano a scarseggiare e la pazzia stava per aggredire le menti deboli del nostro gruppo ci parve di scorgere una lucetta rossa, un puntolino fiammeggiante di fronte a noi. Questo ci diede forza per continuare a mettere un piede davanti all’altro. Giungemmo finalmente alla sorgente della luce che altro non era che un piccolo fuoco da campo. Una figura scura era accovacciata di fronte al fuoco scrutando nella nostra direzione. Appena fummo a pochi passi dal fuoco ci accolse con un sorriso. Era un uomo sulla cinquantina, brizzolato con occhi limpidi come smeraldi. Alzandosi in piedi fece cadere il cencioso mantello procurandoci un lungo brivido ghiacciato: era abbigliato da guerra con un’armatura completa costruita con la corazza di qualche strano animale, attorno al suo corpo era attorcigliato un lungo serpente vivo e sibilante dalle scaglie rosse. Appesa alla cinta teneva due armi: una sorta di spada pulsante energia e una mazza che sembrava assorbire la luce attorno a lei.
Si presentò come Zodak guardiano del Serpente Ouroboros.
Ci offrì cibo ed acqua. Dopo ci invitò a seguirlo. Zodak si muoveva nella nebbia come se fosse sospinto da una forza arcana ed in pochissimo tempo ci trovammo per cappello una limpidissima notte stellata.
Pareva di essere in pianura, potevo sentire il profumo dell’erba umida e il chiarore delle stelle faceva intravedere all’orizzonte le fronde di altissimi alberi.
Nessuno aveva proferito parola per parecchio tempo, ci muovevamo agili ed assorti tra i rassicuranti rumori di una notte primaverile.
Il chiarore dell’alba giunse presto facendo capolino da dietro una collinetta innanzi a noi.
La visione della pianura era stupenda: il cielo era di un azzurro carico, l’aria tersa e la fauna locale pareva non conoscere la paura dei predatori.
In poco tempo arrivammo ad una piccola costruzione in pietra incassata nella collinetta rocciosa. Sulla massiccia porta vi era un bassorilievo rappresentante un serpente che si morde la coda… lo stesso simbolo era presente in maniera discreta in molti punti dell’equipaggiamento di Zodak.
Zodak ci diede il benvenuto al suo posto di guardia… Guardia? Pensai… Si mi rispose questo e’ il luogo dove incontrare l’Ouroboros ed io ne impedisco l’accesso ai non invitati.
Al tempo non avevo ancora fatto mio il motto “Io so di non sapere” quindi mi stupii, nella mia illusione di saggezza, che ignoravo del tutto l’esistenza di questo Ouroboros.”
“ Piccolo Kolkaar non ti voglio tediare con il racconto dettagliato di ciò che vedemmo, comunque è tutto scritto nel libro con la copertina dorata nello scaffale “speciale” “ - mi ammiccò.
“ Ti dirò invece cos’è il Serpente Ouroboros e chi è Zodak… Il serpente Ouroboros è un’entità che oltrepassa tutti i piani di esistenza… astrali e non… Egli racchiude il cerchio della vita perché è il simbolo dell’infinito splendore e del tragico nulla. Egli e’ il principio Alpha e Omega, tutte le divinità si appoggiano a lui. Così come lo scorrere del tempo e la circolarità degli eventi l’Ouroboros è infinito e imprescindibile…
La sua incarnazione nel nostro piano di esistenza giace in quel luogo… inaccessibile ai più ma appetibile per chi, varcata la soglia, sceglie di conoscere i segreti che il Serpente custodisce.
Quel luogo è una specie di oracolo dove una scaglia del serpente è stata trovata e, tramite essa, è possibile consultare passato, futuro e conoscenze di ogni genere. Per questo il serpente chiama ogni 100 anni un guardiano offrendogli l’imbattibilità in battaglia e la conoscenza suprema in cambio dei suoi servigi.
Io ho visto la scaglia dell’Ouroboros e mi si e’ gelato il sangue nelle vene… la collinetta rocciosa è una sorta di fodero naturale per metà della scaglia… il resto è piantato fin nelle viscere della terra… Quando mi ci sono trovato davanti le ginocchia mi si sono piegate… la piccola porzione che riuscivo a scorgere era di colore rosso vivo, luminosa e vibrante energia. Se una sua scaglia ha quelle titaniche dimensioni… l’intero serpente potrebbe stritolare il nostro mondo tra le sue spire se lo volesse.
Zodak mi invitò a consultare l’oracolo: avrei voluto chiedere tante cose che non conosco ed invece, non so il perché, ho ricordato la mia infanzia… l’immagine di mio padre che mi teneva in braccio… non riuscivo ad andare oltre quell’immagine quando l’Ouroboros ha aperto le porte della mia memoria facendomi rivivere ogni istante della mia vita e marchiando in modo indelebile la mia mente.
La vera conoscenza piccolo Kolkaar ce l’abbiamo dentro di noi; non dimenticarlo.
Quel giorno capii molte cose di me e del mondo…”
Il mago aspirò una profonda boccata di fumo.
“Il resto di quella interminabile giornata rimanemmo tutti assorti nei nostri pensieri e solo la voglia di carne arrostita ci spinse a caccia nel pomeriggio.
Un bel fuoco da campo e l’odore della carne arrostita ( sia benedetto Algernon e le sue spezie ) ci scaldarono il cuore e ci riportarono a focalizzare l’attenzione sul presente. C’era da chiarire il perché Zodak ci aspettasse nella nebbia e come fosse possibile che Diamanda avesse sbagliato strada.
Zodak mi anticipò cominciando a raccontare la sua storia… Ci parlò del mondo da cui veniva, le terre della Luce e dell’Ombra. Ci raccontò di quanti valentissimi avventurieri calcassero quelle contrade in cerca di gloria e potere. Raccontò del suo triste amore per Dalila la Paladina da cui nacque sua figlia Arwen. Ci parlò della triste scelta di abbandonare le sue terre per accettare il compito di guardiano dell’Ouroboros. Infine ci raccontò di cosa l’Ouroboros gli aveva mostrato…”
Dopo questa frase il mago mi fissò negli occhi e aggrottando le ciglia continuò…
“Il serpente aveva mostrato a Zodak l’X-Katon che si sarebbe abbattuto nelle sue terre portandole alla desolazione. Questo perché un avventuriero di nome Shamash fallirà nei suoi scopi…
Vedi piccolo Kolkaar gli ingranaggi del destino e del tempo possono collegarsi in maniera casuale seguendo come unico principio la circolarità degli eventi.
Zodak vedeva come unica possibilità per prevenire la cascata di eventi negativi che qualcun altro si facesse carico delle ambizioni di Shamash.
Io gli dissi che non avendo nessun legame con la sua patria ne tantomeno con questo Shamash non avrei, mio malgrado, potuto aiutarlo.
Zodak quindi mi sorrise e mi predisse che Shamash avrebbe avuto un figlio chiamato Kolkaar in mio onore e quindi mi chiese di infondere in Kolkaar le ambizioni di Shamash.
Non guardarmi con quell’aria interrogativa piccolo guerriero, mio padre si chiamava Rhent. Shamash è il nome di un ambizioso guerriero passato per Melinhir 17 anni fa, ospite dei Themocles.
Nel mese in cui si fermò nelle nostre terre amò tua madre. Era un guerriero forte di braccia, sospinto da grandi ambizioni di potere ma debole di spirito. Come predetto da Zodak, tuo padre volle andare a cercare fortuna e gloria nelle terre della Luce e dell’Ombra”
In tanti anni mia madre non mi aveva mai parlato di mio padre, tanto che il suo nome mi suonava nuovo… Gasp, Shamash… chissà che tipo era, perché aveva lasciato me e mia madre?
Questi interrogativi mi riempivano la mente…
“Giovane Kolkaar, questo è il momento delle decisioni, questa valle non ha nulla da offrirti a parte un focolare e un pasto caldo. Qui non potrai saziare la tua fame di avventura, la mia lunga mano tiene per il collo ogni singolo abitante della valle. Questo è il mio volere e la realizzazione del mio desiderio: un posto tranquillo dove i semplici possono condurre un esistenza esente da traumi esterni alla vita sociale. Tu qui, con le doti che dimostri di avere, o ti piegheresti violando il tuo ego o finiresti in polvere per mano di uno dei miei incantesimi. Io non voglio che tu ti pieghi ai miei desideri. Diamanda e Lubosh lo hanno fatto, un tempo erano combattenti che grondavano vitalità, ora sono poco più che semplici animali da salotto.
Se il nome che porti ha un significato per te… parti alla volta delle terre lontane; lotta, impara e desidera… desidera fortemente come ti ho insegnato!”
Detto questo Kolkaar il Mago si avvicinò a me, mi accarezzò il capo e imperiosamente uscì dalla stanza… Per un attimo mi parve spuntare dai suoi occhi due lacrime.
Da quell’ultimo colloquio non lo rividi più. Venni allontanato da palazzo. Dopo qualche giorno di ripensamenti decisi di incamminarmi verso questo fantomatico mondo. Non fu facile convincere mia madre… Quel poco che avevo stava comodamente in vecchio sacco di iuta.
Avevo estorto ai vecchi servitori le indicazioni di massima su dove Shamash si era diretto.
Cercavo di non pensare al fatto che mi sarebbero voluti anni per giungere in un posto così lontano però mai, nemmeno per un istante pensai di restare e di piegarmi ai desideri del Mago. Per quanto ormai gli volessi bene, lui mi aveva educato in un determinato modo e sapeva che ci saremmo lasciati.
I primi giorni di viaggio furono tranquilli, i problemi arrivarono alle montagne…
Anche su questo punto vorrei sorvolare… basti sapere che Diamanda aveva avuto l’ordine di portarmi alla capitale delle terre: Alma Civitas. E che la incontrai, fortunatamente, nel momento di maggior bisogno.
Viaggiare con colei che aveva instillato in me il primo desiderio d’amore fu un esperienza che porto ancora nel mio cuore. Furono due settimane passate ad entrare ed uscire dalle nebbie…
Il giorno in cui io e Diamanda sbucammo dalle nebbie in una strada di pietra il sole stava spuntando all’orizzonte, lei fiutò l’aria e mi disse che eravamo arrivati indicando una città in lontananza.
Il tempo di un abbraccio e un bacio fugace e lei era sparita, risucchiata dalle ombre.
La via in cui mi trovavo si chiama Flaminia e collega Alma alle montagne.
Vorrei tenere per me il momento dell’incontro con mio padre, che ora, abbandonata la via della guerra, lavora alla Taverna dell’Elfo Sgozzato come tuttofare. Con il locandiere Gorgor, tutto sommato ha un buon rapporto.
Da parte mia sto tenendo fede ad impegni presi da mio padre nei confronti di altri avventurieri e ho trovato una nuova famiglia.
Il mio impegno negli allenamenti e la raccomandazione di mio padre mi hanno fatto notare da Nemrac de Alma, ultima discendente della nobile dinastia fondatrice della capitale. Lei e suo marito Trick, hanno accettato a prendermi come servitore di fiducia e guardia del corpo di Lady Nemrac… Hmm, dovrei correggere dato che Nemrac dice che sono uno della famiglia… Per ora la mia storia termina qui… gli allenamenti procedono e la voglia di mettersi in gioco è tanta…
La mia Valle mi manca ogni tanto… mia madre più di tutti… ora sono qui e caro maestro Kolkaar di Diapolis Signore della Valle del Tuono voglio farti sapere che sto cominciando a creare i Miei Desideri…
Correvano gli anni 80, talmente bui e oscuri che nessuno, nemmeno gli Dei Creatori erano in grado di dire per quanto tempo il Mondo, da loro voluto, si sarebbe retto e lottavano ancora contro la maledizione primigenia, il LAG, che aveva di gran lunga l'incantesmo piu' potente che rallentava la vita. Il divino Elfred lavorava al suo progetto magico di creare una cornice che aiutasse i mortali a gestire le loro piccole conoscenze. Confrontandosi con l'altra cornice, detta allora Dale... in onore del mondo da cui tutti gli Antichi provenivano e che i nuovi -sebbene fossero anche loro ugualmente antichi per LeU - ascoltavano con interesse e apprensione. Fu allora che guerrieri impavidi, vista la scarsità di popolazione, durante i loro sogni da Giulietta o in qualche altra locanda dell'Impero, decisero di reclutare ignari sprovveduti che chiacchieravano nel Salotto del Duca, una delle principali stanze di un mondo solo fatto di chiacchiere, di amicizie e pettegolezzi, di nomi fittizi e di perditempo. Il primo de Alma non ha nome, era newbie o nuovo, chissà... venne a vedere e imparo' soltanto a dirigersi verso il negozio del pane senza notare le insegne e mal comprendendo la lingua del luogo. Decise che era troppo per lui e dopo alcuni tentativi per ridarsi un contegno, visto che non sapeva rollare nemmeno il tabacco... si suicidò. Non sarebbe nemmeno citabile se non fosse che, curioso e altamente eccitabile, riuscì per caso ad uccidere qualche spettatore al colosseo e quindi di stabilirsi definitivamente ad alma, scegliendo un nome per la sua stirpe ma non riuscendo mai a farsene un titolo. Nascevano i de Alma di LeU.